046 Lettera x Sangio

Chiudo gli occhi e ricordo il mio paese. Volti di amici, partite di pallone, campiscuola a Prun, grest al Buon Pastore. Tutto questo riscalda la mia mente. E’ una sensazione un po’ lontana nel tempo, ma viva nel cuore. Il monumento del lupo, l’acquedotto, le vetrine illuminate del centro so che sono sempre là e l’Adige continua ad accarezzare i campi di San Giovanni. Ma da un po’ di tempo il mio paese ed i suoi abitanti sono cambiati. Soweto è il nome del villaggio, o meglio, della baraccopoli dove spendo le mie giornate. Si trova a circa 20 km a nord est di Nairobi, la capitale del Kenya. Quando si passeggia lungo le vie sembra di vivere in un altro mondo, un mondo dove nessuno vorrebbe nascere e dal quale tutti tentano disperatamente di evadere. Le case sono ammassi di fango, legni, lamiere arrugginite e accatastate. La grandezza media è di 4m per 4m, non vi è né luce, né acqua corrente ed i bagni sono fosse comuni ai bordi della baraccopoli. Nelle mappe della città Soweto non esiste, c’è solo un grande campo incoltivato. Ma in realtà c’è vita. Non puoi camminare 50 metri senza che un gruppo di bimbi non ti corra incontro per farti festa. Vestiti infangati, mani appiccicose e moccoli colanti, ecco come ti si presentano di fronte. Ma se poteste essere lì in quel momento potreste sentire la gioia che emanano e l’affetto che ricercano. Allora tutto ciò che stareste vedendo con gli occhi scomparirebbe per lasciar posto ai sentimenti, che come un ciclone rivolterebbero il vostro piccolo animo. Donne senza mariti con a carico 4, 5 di questi pargoletti cercano di sopravvivere in tutti i modi. C’è Mama Dorcas che spacca le pietre 10 ore al giorno per 1 kg e mezzo di riso…e ha 8 bocche da sfamare. C’è chi va in giro vendendo noccioline e a metà giornata ha gia perso la voce per attirare clienti, e a volte anche la voglia. C’è chi ha perso la speranza, perchè si è visto sbattere in faccia tutte le porte dove ha bussato. Così alcolismo e prostituzione crescono e logorano questa società che fa già fatica a stare in piedi da sola. Troppe volte mi sono sentito dire: “Che altro potevo fare?”. L’Hiv a routa stermina vertiginosamente intere famiglie e taglia le gambe ai giovani tra i 20 e i 30 anni, la fascia produttiva e più attiva della società, lasciando solo bambini e anziani che si accudiscono gli uni gli altri. I ragazzi di strada sono un grande piaga per le città del terzo mondo. Abbandonati dalle famiglie o scappati volontariamente per le pessime condizioni di vita, si ritrovano a chiedere la carità, raccogliere cianfrusaglie dalle discariche e come ultima spiaggia anche a rubare. I più piccoli hanno anche 6 anni e sognano ancora che qualcosa possa cambiare. Cosi mi rendo conto di quanto siamo fortunati per le piccole cose che ci sembrano scontate. Per una famiglia che si vuole bene, per una scuola che insegna agli alunni, per un ospedale che ti cura e per un piatto che non manca mai dalla nostra tavola. La possibilità di scegliere come e dove vivere è una ricchezza che mi sono ritrovato nelle mani, ma per i miei amici di Soweto è solo un’illusione. Ad ottobre, quando sarò di nuovo a casa, rivivrò il viaggio inverso: chiuderò gli occhi e penserò ad un altro paese, che nonostante le sofferenze mi ha fatto apprezzare la vita.








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